Il presente sito web utilizza cookie e consente l'invio di cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione presti il tuo consenso all'uso dei cookie utilizzati dal sito. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy

La storia

Per ulteriori approfondimenti visitare il Sistema Informativo Territoriale Locale presente su questo sito

La bonifica è un’incessante, complessa attività alla continua ricerca di un difficile equilibrio tra Acqua e Terra, equilibrio sempre perduto e continuamente da riconquistare, sempre più esposto al pericolo di un irreversibile collasso.
Tutto il Ferrarese è terra di bonifica. Situato nel delta del Po e formato dai sedimenti del grande fiume, il territorio che ora costituisce la provincia di Ferrara è stato da sempre terra di valli e paludi, caratterizzato “in antico” da sporadici insediamenti abitativi. Dopo la parentesi etrusca rappresentata dalla città di Spina, nei pressi di Comacchio, la colonizzazione romana impresse al territorio precisi connotati strategici e commerciali, legati soprattutto alla costruzione di imponenti canali navigabili (la fossa Augusta, la fossa Flavia e la fossa Clodia) e vie di comunicazione terrestri. La situazione climatica e idrologica nei primi secoli dopo Cristo era migliore e consentì uno sfruttamento sistematico del territorio. L’andamento del Po era peraltro assai diverso da quello dei secoli successivi; il fiume si biforcava più a valle dell’attuale città di Ferrara, nei due rami principali del Padovetere verso Comacchio e del Volano verso Adriano e Codigoro. I secoli dell’Alto Medioevo dal V all’VIII furono caratterizzati da forti mutamenti climatici, con abbassamento delle temperature e aumento della piovosità, che provocarono disastrose rotte e alluvioni: le acque presero decisamente e disordinatamente il sopravvento sui coltivi. Verso l’anno Mille si spense progressivamente il Padovetere e si consolidarono i rami del Volano e del Primaro: quest’ultimo prendeva origine dal Po di Ferrara più a monte del Padovetere e correva più a sud toccando Argenta e sfociando poco a nord di Ravenna. Alla fine del primo Millennio vennero così a formarsi le valli di Comacchio, che sommersero le terre dell’area di Spina e del Mezzano; mentre più a nord, tra il Po di Volano e il Po di Goro, venne attuata dai monaci Benedettini la bonifica dell’isola Pomposiana con la costruzione della celebre Abbazia. Le vicende del Po determinarono un nuovo radicale cambiamento nell’assetto del territorio deltizio, a seguito dalla rotta di Ficarolo (1152), che deviò verso il nord il corso principale del fiume portando al progressivo esaurirsi dei rami meridionali del Volano e del Primaro.
Nel frattempo a Ferrara si andava consolidando la signoria degli Estensi e, superata la grave crisi demografica seguita alla “peste nera” del 1348, riprese la grande stagione delle bonifiche. Mentre Pomposa languiva fino al completo abbandono, i duchi di Ferrara avviavano una serie di interventi di bonifica: Casaglia intorno alla metà del ‘400; Sammartina (bonifica poi sconvolta dall’immissione del Reno, disalveato dal Po di Ferrara nel 1604); Diamantina all’inizio del ‘500; fino a culminare nella Grande Bonificazione Estense di Alfonso II, attuata nella seconda metà del ‘500 con la partecipazione economica di nobili veneziani e finanzieri lucchesi, che prosciugò oltre 30.000 ha del Polesine di Ferrara o di S.Giovanni-compresi tra Guarda e il mare, a nord del Po di Volano.
Anche questa grandiosa bonifica subì peraltro un rapido decadimento, soprattutto per la deviazione del ramo principale del Po (all’epoca il Po delle Fornaci) operata dai Veneziani nel 1605 con il “taglio” di Porto Viro, che provocò l’immediato interrimento del porto dell’Abate e dell’omonima chiavica emissaria della bonifica.
Nei due secoli successivi vi fu l’inutile tentativo di ripristinare la navigabilità del Po di Ferrara e dei due rami di Volano e Primaro, irrimediabilmente compromessa dallo spostamento verso nord dei deflussi del fiume e dall’immissione dei torrenti appenninici (Santerno, Lamone e Senio) e dello stesso Reno (fino al 1604), mentre le grandi bonifiche del Polesine di Ferrara – a nord del Volano -  e del Polesine di S.Giorgio – a sud – venivano faticosamente gestite da organismi tecnico-amministrativi, quali la “Conservatoria della Bonifica”, il “Maestrato dei Savi” e le “Congregazioni dei Lavorieri”. Nella seconda metà del Settecento venne portata a definitiva soluzione la “questione del Reno”, oggetto per secoli di dispute tra Bolognesi e Ferraresi. Il fiume, immesso nel Po di Ferrara nel 1526 con esiti disastrosi e successivamente rimosso e portato a “spagliare” nella Sammartina nel 1604, venne nuovamente inalveato nel 1767 e immesso nel tratto terminale del Po di Primaro in località Traghetto, abbastanza a valle da non disturbare la città di Ferrara e in modo da consentire il recupero e la messa a coltura delle valli di Poggiorenatico, Marrara, Malalbergo e Argenta. Dopo la parentesi napoleonica di fine Settecento-primo Ottocento, il restaurato Governo Pontificio ripristinò, quali organismi di governo della bonifica, le “Congregazioni consorziali degli scoli interni”.
Una seconda stagione di bonifiche e trasformazioni fondiarie e territoriali si aprì per il Ferrarese con l’Unità d’Italia e con l’avvento delle “macchine idrovore”, che consentirono di prosciugare nuovamente, con l’energia del vapore, vaste aree sprofondate sotto il livello del mare per effetto dell’abbassamento del suolo e per il venir meno dei depositi alluvionali dei corsi d’acqua naturali, imbrigliati da possenti arginature.
L’impresa ebbe successo perché si sfruttarono le esperienze maturate dagli Estensi, come ad esempio il criterio di tener separate le acque alte dalle acque basse su grandi comprensori bonificati. I lavori, attuati dalla “Ferrarese Land Reclamation Company” iniziarono nel 1872. Nello stesso anno venne completata la Bonifica di Mazzore, nell’area ad est di Ferrara. La Grande Bonificazione Ferrarese, di oltre 54.000 ettari, vide la costruzione del gigantesco impianto idrovoro di Codigoro (1872-1874), dove affluivano tutte le acque di scolo dell’immenso bacino.
Sempre con mezzi meccanici, nel 1873 venne completata la Bonifica di Argenta e Filo (6.840 ettari) e nel 1883 la Bonifica di Galavronara e Forcello (2.180 ettari a sud-est di Portomaggiore).
Favoriti dalla prima legge organica sulla bonifica del Baccarini (1882) i moderni “Consorzi di Bonifica” hanno preso il posto delle pontificie “Congregazioni consorziali.
Molte altre terre sono state bonificate con impianti idrovori a carbone e con i primi impianti elettrici dell’inizio del 1900. Le ultime opere di bonifica sono: la Valle Giralda (1958), la Valle del Mezzano (1964) e Valle Falce (1969).  
I terreni a sud-ovest di Ferrara erano soggetti al continuo spandimento delle acque del Reno, che concludeva il suo percorso nelle grandi paludi di Marrara e del Poggio. Conclusa l’inalveazione artificiale del Reno nel percorso attuale (antico percorso del Primaro rettificato) con l’inizio dell’Ottocento si poterono iniziare le opere di bonifica anche in quelle paludi, ormai suddivise da quelle di Malalbergo dal nuovo alveo del Reno.
 Sia nel bacino del 1° Circondario Scoli Canal Bianco (Polesine di Ferrara o San Giovanni Battista), che nel bacino meridionale del Polesine di San Giorgio ebbe inizio, a partire dalla seconda metà dell’800, un fervore di opere che portarono alla riconquista di quasi tutti i territori vallivi mediante la bonifica meccanica. Favoriti dalla prima legge organica sulla bonifica del Baccarini (1882) i moderni “Consorzi di Bonifica” hanno preso il posto delle pontificie "Congregazioni consorziali".